‎IL TRAMONTO DELLA DIPLOMAZIA: TRA ATTIVISMO IDEOLOGICO E FRAGILITÀ GIURIDICA

‎‎Il recente inasprimento delle tensioni tra Roma, Berna e, ultimamente, Parigi impone una riflessione profonda sulla natura della politica estera italiana e sulla sua attuale mutazione genetica. Chi, al pari mio, osserva dalle sponde della Confederazione con lo sguardo del giurista e dello studioso di Scienze Politiche, non può che rilevare con preoccupazione uno scostamento della “realpolitik” verso una conduzione degli affari internazionali che appare improntata a logiche di militanza di parte.‎‎

Lo scontro (a distanza) degli ultimi giorni con la Presidenza francese, culminato in un monito al non intervento negli affari interni di uno Stato sovrano, non è che il sintomo di una condizione più vasta. Il vertice dell’Esecutivo italiano sembra infatti faticare nel distinguere il ruolo di guida istituzionale da quello di referente ideologico di una specifica area politica europea. Quando la solidarietà verso una parte ritenuta facinorosa prevale sulla prudenza diplomatica, il rischio è quello di un isolamento che un Paese fondatore nonché membro di rilievo dell’Unione non può permettersi. Emmanuel Macron, in questo senso, ha gioco facile nel rivendicare la propria sovranità nazionale di fronte a esternazioni che valicano i confini della consuetudine internazionale.‎‎

Questo approccio si riflette in modo speculare nel dossier relativo al caso “Constellation” con la Confederazione svizzera. In questa sede, la linea adottata dall’Italia è apparsa — e continua ad apparire — priva di una solida fondatezza giuridica, configurandosi più come un atto di forza simbolico che come una legittima tutela di interessi nazionali. È una “diplomazia dell’ingerenza” che, paradossalmente, indebolisce la posizione italiana proprio laddove servirebbe rigore tecnico, rispetto dei rapporti internazionali e osservanza dei trattati bilaterali.‎‎

Ciò che desta maggior sconcerto non è tanto la postura della componente maggioritaria del Governo — la cui storia politica spiega, seppur non giustifica, tali tendenze — quanto l’assenza di un contrappeso moderato. Quella che un tempo fu la forza politica di centro, custode della “dottrina Berlusconi”, quindi Forza Italia, sembra attualmente aver smarrito la propria autonomia critica. La figura che oggi siede al vertice del partito e della diplomazia italiana, nonostante il prestigioso trascorso nelle istituzioni europee, appare quasi inerte, incapace di arginare derive comunicative e sostanziali che minano la credibilità del Paese.‎‎

Siamo dunque lontani anni luce dall’equilibrio del fondatore di quell’area politica, Silvio Berlusconi, che pur nelle turbolenze, aveva sempre garantito all’Italia un ruolo di mediatore affidabile. Il passaggio dalla “politica del fare” a quella del “sentimento identitario” trasforma, malauguratamente, atti di governo in meri comizi internazionali. Il risultato è un’Italia che, pur avendo al proprio fianco partner come la Francia — anch’essa coinvolta in dossier complessi ma capace di mantenere una postura di rigoroso silenzio istituzionale — sceglie la via della contrapposizione teatrale.‎‎

Per chi scrive qui, pertanto residente in territorio elvetico e quotidianamente impegnato nell’analisi delle norme e delle istituzioni, il dovere della critica è dettato dalla necessità di preservare la dignità delle relazioni internazionali. Un grande Paese non ha bisogno di “mettere il naso” in vicende altrui o di forzare interpretazioni giuridiche fragili; ha bisogno di una classe dirigente che sappia tradurre la propria storia in serio statismo, e non il proprio ruolo in un perpetuo attivismo di opposizione.‎