Negli ultimi sessant’anni e anche più, il soglio di Pietro è stato abitato da personalità immense. Se si isola lo sguardo dalla cronologia lineare per concentrarlo sulla pura densità globale, quattro figure si stagliano, si distinguono come fari assoluti tra il Novecento e il nuovo millennio: Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Papa Francesco. La scelta di unire questi nomi, saltando deliberatamente altri magisteri, risponde qui a una logica stringente, quasi intellettuale. Essi, infatti, rappresentano le quattro tappe di una medesima, dirompente rivoluzione della prossimità, dove il Papa cessa di essere il monarca di una fortezza dottrinale per farsi corpo della Storia, interlocutore delle masse, arbitro della grande geopolitica, nonché custode dei poveri.
A inaugurare questa faglia, fu Angelo Giuseppe Roncalli, quindi Giovanni XXIII. Da lui nacque il concetto di “Parola aperta”, fatto di vicinanza e di diretta misericordia verso le genti. Il suo celebre Discorso alla Luna nell’ottobre 1962, in cui pronunciò l’illustre «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa», ne è la chiave di rappresentazione. Questo discorso, queste parole non furono, di fatto, un cedimento al sentimentalismo, bensì una rivoluzione dei codici comunicativi che abbattè le millenarie distanze tra il trono papale e le case dei fedeli. Tale pastorale trovò, nel volgere di pochi mesi, la sua massima espressione politica nell’enciclica Pacem in Terris, scritta a ridosso della crisi dei “missili di Cuba”, che minacciò la fine dell’umanità. Roncalli, in quella circostanza precisa, si indirizzò a Washington e Mosca usando il linguaggio universale dei Diritti dell’uomo, dimostrando come la Chiesa potesse diventare una protagonista morale del disarmo globale e il presidio della convivenza tra le nazioni.
Questa stessa spoliazione degli orpelli cortigiani si materializzò anni dopo nella fulminea meteora di Albino Luciani, ovvero Giovanni Paolo I. I suoi soli trentatré giorni di pontificato, seppur un frammento infinitesimale nella Storia del papato, bastarono per marchiare la sua missione apostolica di una svolta memorabile. Parlando il linguaggio piano e domestico delle persone semplici, impose al mondo la teologia della tenerezza. Il suo sorriso disarmante, tuttavia, non fu mai una debolezza, piuttosto una forza silenziosa e garbata per denunciare la polvere del potere temporale e il cinismo dei blocchi contrapposti. Infine, ricordò all’unanimità contemporanea che Dio, sebbene Spirito ed Essere Assoluto, possiede il volto accogliente di un padre e la cura viscerale di una madre.
Il lampo profetico di questa purezza d’animo e d’amore, preparò, per contrasto, “l’irruzione” di un uomo capace di trasformare la catechesi in una spinta tellurica di liberazione: Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyła. Egli, si deve dire, raccolse il mandato conciliare di Roncalli e la radicalità di Luciani per proiettarli contro le grandi ideologie oppressive del ventesimo secolo. Il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico simboleggiano la testimonianza di un Papa che comprese la forza delle masse e inventò un dialogo frontale, totale e senza filtri. Le Giornate Mondiali della Gioventù, per parte loro, nacquero non per blandire le nuove generazioni, piuttosto per sfidarle sul terreno del rigore etico, della libertà ontologica, della resistenza contro i totalitarismi — compreso quello del relativismo economico che calpesta la dignità dei popoli — e i poteri criminali. Resta nella memoria di tutti quel severo e fermo «Convertitevi» all’indomani delle stragi di Capaci e di Via D’amelio.
La traiettoria iniziata da questi tre maestri ha successivamente trovato, nel secondo decennio del nuovo millennio, il naturale sbocco e il suo compimento nel magistero di Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio). Con lui, la Chiesa ha compiuto il definitivo salto oltre l’antico per stabilirsi idealmente — a tratti anche fisicamente — nelle periferie del pianeta. La forza del suo pontificato è risieduta nell’aderenza assoluta al Vangelo, vissuto come un “ospedale da campo”, dove la catechesi si è fatta materia tra i poveri, i migranti e gli scartati della Terra. Manifesti di ecologia integrale e di geopolitica della fraternità come la Laudato si’ e la Fratelli tutti non sono difatti testi devozionali, ma durissimi atti d’accusa contro i poteri forti di un’economia globale che uccide e isola. Francesco ha saputo dialogare con il Mondo, parlando di autenticità e di ferite. Proprio di ferite, quell’immagine solitaria sotto la pioggia di San Pietro nel marzo del 2020, durante la pandemia, è stata l’ultimo baluardo di speranza per un’umanità smarrita.
In definitiva, dall’apertura del Concilio all’abbraccio globale di Francesco, la Chiesa di questi quattro pastori ha dimostrato una capacità di lettura della realtà che nessun sistema di pensiero ha saputo imitare o replicare. Quattro pastori che, singolarmente, hanno interpretato la Parola eterna dentro le contingenze più feroci del proprio tempo, salvando l’anima del mondo quando il mondo rischiava di dimenticare sé stesso. In un’epoca liquida che rimuove la memoria per annegare nell’istantaneo dei social network, riaffermare la logica e la continuità di questo filo rosso attraverso una prosa serrata non è un esercizio di nostalgia, ma il primo, vero atto di resistenza intellettuale possibile.