Il verdetto del campo, si sa, possiede la forza del giudizio. Mentre le cronache imminenti registrano il successo della Spagna sul Portogallo agli ottavi di finale di questo Mondiale 2026, la tentazione del commento superficiale sarebbe quella di cedere all’elogio del presente e celebrare la tattica del C.T Luis de la Fuente come un colpo di genio. Eppure, per chi conosce i campi di gioco e sa decodificare le dinamiche storiche delle grandi competizioni, la vittoria di ieri sera non cancella l’interrogativo di fondo: l’assenza di Alvaro Morata. La sua estromissione da questa spedizione mondiale resta un profondo quesito, una ferita aperta nel tessuto logico della “Roja” che rischia di sanguinare proprio quando la tensione, dai prossimi quarti di finale, toccherà i picchi massimi del torneo.
La vulgata corrente, incrementata da una certa stampa incline al feticismo dei numeri e degli algoritmi, ha liquidato l’esclusione dell’attaccante del Como — già Real Madrid, Juventus, Milan e Atletico Madrid — basandosi sulla più banale delle metriche, ovvero la crisi realizzativa stagionale. Un solo gol in ventotto presenze, si dice; un dato oggettivo, certo, ma drammaticamente parziale se trasfigurato a un torneo breve, emotivo e spietato come un Campionato del Mondo. Chiunque abbia giocato a calcio e vissuto la sociologia dello spogliatoio sa che un Mondiale non si vince sommando lo stato di forma dei singoli nei rispettivi club, ma miscelando carisma, memoria storica e peso specifico nei momenti di massima pressione.
La Storia del calcio, che è materia viva e non semplice almanacco, è del resto un tribunale implacabile che rigetta la logica del pragmatismo esasperato. Nel 1982, Enzo Bearzot sfidò l’intera Italia per portare al Mundial un Paolo Rossi reduce da due anni di totale inattività a causa della squalifica del calcioscommesse. Rossi, al pari di Morata negli ultimi mesi, non aveva ritmo, non aveva gol nelle gambe, ma aveva la struttura psicologica del fuoriclasse; e il finale di quella storia, lo sappiamo tutti, è entrato nel patrimonio mitologico nazionale. Dodici anni dopo, nel 1994, Arrigo Sacchi non esitò ad affidarsi a un Daniele Massaro che nel Milan di Capello era tutto tranne che un titolare inamovibile, ma possedeva l’esperienza e la freddezza necessarie per graffiare la partita nel momento del bisogno.
Oggi, l’ex centravanti di Juventus e Milan avrebbe rappresentato proprio questo, ossia l’ancora emotiva della selezione iberica, il giocatore d’esperienza, il campione d’Europa incline alla giocata o al tocco di classe risolutivi. La sua attuale esclusione — preciso a titolo subordinato — ricorda, per dinamiche e miopia gestionale, gli ultimi anni di Francesco Totti alla Roma. Anche allora, i teorici della lavagna tattica invocavano il cambio generazionale e la superiorità del chilometraggio atletico sulla classe. Ma la verità è che figure come Alvaro e l’appena citato Totti sono indispensabili anche solo per abitare la panchina. Rappresentano il “capitano-ombra”, quello che intimidisce gli avversari con la sola presenza nel tunnel degli spogliatoi, quello che nei cinque minuti finali di una gara bloccata sa come proteggere un pallone, subire un fallo o trasformare il punteggio.
Escludendo colui che in Spagna viene anche chiamato “Alvaro El Ariete”, De la Fuente non ha soltanto compiuto una scelta discutibile, ma un vero atto di sottrazione, preferendo la linearità al carisma. Allo stato, la Spagna avanza sospinta dall’entusiasmo dei suoi giovani talenti, ma il calcio, come è noto, è uno sport in cui contano i dettagli, in cui nei momenti di massima tensione l’inesperienza si paga a prezzo carissimo. Perciò, quando il pallone comincerà a scottare e le difese avversarie si faranno d’acciaio, la mancanza di un autentico numero 9 capace di liberare le fasce, creare spazi e andare anche in rete se serve, si avvertirà in tutta la sua gravità. Finora il campo ha dato ragione al C.T, ma la Storia, quella vera, chissà cosa sentenzierà dalla prossima partita. Attendere per vedere.