L’Evoluzione del Solco: I miei undici anni di Avanguardia in Console (1985-1996)

‎‎‎‎‎Esiste una linea sottile che separa chi la musica l’ha solo ascoltata da chi l’ha fatta ballare attraverso i cursori di un mixer. Per coloro che, al pari dello scrivente, hanno vissuto il decennio d’oro tra il 1985 e il 1996 dietro una coppia di Technics SL-1200, la storia della musica non è un elenco di successi, ma una manipolazione fisica della materia sonora.‎‎

Il mio viaggio inizia pertanto a metà degli anni Ottanta, in un ecosistema dove l’artigianato elettronico dell’italodisco conviveva, per necessità e per gusto, con il “funk USA” più autentico. In quegli anni, la borsa di un DJ era un laboratorio di contrasti: da una parte le architetture synth di Gazebo, P. Lion, Ryan Paris, Sandy Marton o Raf, pensate con il rigore delle drum machine Roland e Linn; dall’altra il calore pulsante di giganti come gli Odyssey (Going Back to my Roots), Womack and Womack, gli Chic di Nile Rodgers, Quincy Jones e le sue produzioni per Michael Jackson (Don’t stop till you get enough, Thriller, Billie Jean), George Benson (Gimme the Night), Stevie Wonder (Superstition, Part Time Lover), Chaka Khan, nonché le firme di John Benitez e Peter Brown per Madonna (Holiday, Like a Virgin, Get into the Groove), Roy Ayers e Snap.‎‎

Il funk americano era il riferimento nobile, portava in dote quel basso “suonato”, quel groove umano e strumentale — non quantizzato — che costringeva il DJ a un corpo a corpo costante con il pitch control. Tenere a tempo la batteria del funk con il metronomo elettronico dell’italo era un esercizio di precisione chirurgica, una danza sui fader dei canali per una sovrapposizione progressiva che non doveva mai urtare l’orecchio del pubblico.‎‎

Poi il vero “Big Bang”, tra il 1987 e il 1988. Mentre le corazzate britanniche della Stock Aitken Waterman* (Rick Astley, Kylie Minogue, Nick Kamen) saturavano le classifiche con un pop-dance levigato, nel sottobosco dei piccoli locali arrivava il futuro: la house music. Sotto forma di vinili d’importazione ‘White Label’, brani come Your Love di Frankie Knuckles portarono in Europa il seme della Chicago House, ossia un ritmo innovativo fondato sulla forza cruda della “cassa a quattro”. Da lì, ogni DJ diventò un esploratore capace di mettere contemporaneamente assieme il Chicago Sound e l’house garage newyorkese di Larry Levan, assemblandoli con i campionamenti electro dei MARRS (Pump up the volume) e la colossale beat-house dei Beatmasters o degli FPI Project. Questi ultimi, con Rich in Paradise, dimostrarono la capacità italiana di rileggere le radici americane (il già citato Going Back to My Roots) trasformandole in inni di piano-house globali da 130 BPM**.

‎‎Il 1989 segna così l’apice di questa tendenza. La console diventava sempre più un crocevia di generi e sottogeneri, ovvero: il minimalismo sync di Lil Louis con French Kiss, l’acid di Humanoid, il suono balearico di Sueno Latino e la carica hip-house di Neneh Cherry o dei Double Trouble. Non era più solo musica da far ballare, ma un codice evolutivo da rispettare; dall’urto alla raffinatezza soul di Lisa Stansfield o dei Soul II Soul, ripassando per per le produzioni Made in Italy dei Black Box (Ride on Time, Everybody Everybody, Strike it up) o dei 49ers (Touch me), l’importante era restare al passo. ‎‎

Con l’ingresso negli anni Novanta, il panorama si è successivamente frammentato in altri mille rivoli: l’underground più oscuro, la primordiale techno, le percussioni della tribal e, infine, quella parentesi melodica definita dream, quella di Roland Brant (Nuclear Sun) o di Robert Miles (Children, One and One), che verso il 1996 ha chiuso il mio ciclo poco più che decennale alla console.‎‎

Chi, come me, ha quindi vissuto questo percorso da protagonista, sa che non si è trattato solo di cambiare dischi, ma di cambiare pelle. Dalla gestione del vinile a 115-120 BPM si è passati a quella dei 128-136 BPM senza accorgersene e, in egual misura, ci si è ritrovati dalla “discoteca” al “clubbing” moderno. Ma sempre con il sudore, la ricerca maniacale del Mix 12″ d’importazione e quella costante attenzione a quel cursore del mixer che, alzandosi, apriva le porte a un nuovo mondo sonoro.

Il seguito è solo continuità e storia sonora recente senza variazioni o novità…‎‎

Note:*‎Trio di produttori londinesi (Mike Stock, Matt Aitken, Pete Waterman), pioniere nel genere eurodance / ** Battiti per minuto; misura del tempo musicale che determina la velocità di un brano e, di conseguenza, l’energia fisica del dancefloor.

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