Ci sono artisti che non si limitano a scrivere canzoni, ma che riescono, quasi per un misterioso allineamento astrale e culturale, a codificare l’identità profonda di una nazione. E ci sono nazioni, come la nostra Italia, affette da un cronico e snobistico provincialismo, che confondono la popolarità con il disvalore. Toto Cutugno è stato, per decenni, la vittima illustre di questo equivoco critico. Mentre la cosiddetta “intellighenzia” nostrana ne liquidava il genio deridendone i cliché, il resto del pianeta — dalla Francia ai confini più remoti dell’Est Europa — vi riconosceva la quintessenza della melodia universale.
Oggi, lontano dal rumore delle cronache e con il distacco analitico che si deve alla Storia, è giunto il momento di restituire a Salvatore Cutugno, per tutti Toto, la dignità del grandissimo musicista, polistrumentista e autore che è stato. Un ambasciatore culturale che ha preceduto cronologicamente e per impatto generazionale i vari Ramazzotti, Pausini o Zucchero, sebbene la saggistica pop e un certo giornalismo spesso se ne dimentichino.
Il primo grande errore della critica nazionale è stato — e forse continua a essere — quello di fermarsi all’apparenza della chitarra acustica imbracciata più volte sul palco di Sanremo. Ma dietro quell’immagine da menestrello nazionalpopolare in realtà si celava un musicista come pochi, di solida formazione e di straordinario eclettismo. Toto era un polistrumentista vero; avviato alla musica dal padre trombettista, oltre alla chitarra ha dominato la batteria, la fisarmonica, il pianoforte, il sax e il basso. La sua mente geometrica e la sua sensibilità armonica gli permettevano di strutturare architetture sonore d’impatto immediato ma formalmente complesse, a volte anche futuristiche — basti pensare a Volo Az 504 e la sua parte ritmica interamente suonata con sintetizzatori ARP. Sapeva anche “graffiare” con i codici del rock e del funk: tracce come Flash, l’incedere energico di America o le pulsazioni di Mi dici che stai bene con me, dove il basso detta legge e fa da padrone assoluto, svelano un musicista capace di maneggiare il ‘groove’ con la stessa disinvoltura della grande melodia. La sua non era quindi “musica semplice”, bensì musica ricercata, suonata, elegante e ordinata. Una distinzione, questa, focale.
Se l’Italia lo guardava con sufficienza, la Francia — da sempre patria dell’esistenzialismo e della canzone d’autore più esigente — ne intuì immediatamente la grandezza compositiva. Prima ancora di esplodere come solista, Cutugno è stato l’architetto dei più clamorosi successi transalpini degli anni settanta. È sua la firma su L’été indien e su Et si tu n’existais pas di Joe Dassin, brani che hanno ridefinito il pop francofono ed esportato milioni di copie. Oltre che per Dassin, ha scritto per quasi tutti i migliori interpreti francesi di quel tempo; per Dalida, Johnny Hallyday, Gérard Lenorman, Hervé Villard, Michel Sardou, Claude François — è sua la famosa Écoute ma chanson/So near and yet so far. Al di là delle Alpi, pertanto, non era considerato un fenomeno di costume, ma un Maestro, un artigiano del pentagramma rispettato e conteso.
In patria, la sua penna ha nutrito e marchiato il canone della musica leggera con una generosità pari solo alla sua efficacia. Ha cucito addosso ad Adriano Celentano capolavori immortali come Soli, Il tempo se ne va, Amore no, Un po’ artista un po’ no, canzoni capaci di fotografare la quotidianità sociologica dell’Italia della modernità e della transizione. Ha peraltro firmato successi per i Ricchi e Poveri, Fausto Leali (Io Amo), Ornella Vanoni, Peppino di Capri, Fiordaliso, Miguel Bosè, Franco Califano, Sandro Giacobbe, Luis Miguel. Esiste persino una versione in napoletano, neomelodica, della sua Mi piacerebbe andare al mare di lunedì, interpretata da Gianni Celeste.
Cutugno aveva, invero, la dote rarissima di saper sparire dietro l’interpretazione, modulando la propria cifra stilistica sulle corde vocali e psicologiche dell’altrui talento. Un’umiltà intellettuale e artistica che la critica dell’epoca, spesso autoreferenziale, non gli ha mai concesso. Quando oggi si celebrano i trionfi internazionali della musica italiana, il pensiero corre subito ai palasport di Eros Ramazzotti, agli stadi di Zucchero o ai Grammy di Laura Pausini. Operazioni certo straordinarie, ma nate nell’era della globalizzazione discografica e del marketing transnazionale.
Toto Cutugno, voglio sottolineare, ha conquistato il mondo prima di tutto questo. Da solo. Con la forza d’urto dei suoi spartiti. Dalla Russia alla Cina, dal Sudamerica al Medio Oriente, L’italiano (1983) è diventato un secondo inno nazionale, un codice di riconoscimento antropologico. La sua vittoria all’Eurovision del 1990 con Insieme 1992 non fu solo un trionfo canoro, ma un manifesto politico visionario, un’ode all’Europa unita scritta da chi le frontiere le aveva già abbattute con le note. Ma oltre a questi brani, che dire di altri capolavori come Solo Noi, Emozioni, Gli amori, La mia musica, Innamorati? Solo pura e assoluta sublimità sonora.
La “vecchia scuola” — a cui sono orgoglioso di appartenere — insegna che i fatti hanno la testa dura e resistono alle mode. E i fatti dicono che Toto Cutugno ha venduto oltre 100 milioni di dischi, che le sue melodie vengono studiate e cantate a latitudini dove la nostra lingua è uno sconosciuto idioma esotico. Morale: È tempo di archiviare la miopia di una stagione critica che lo ha ignorato per snobismo di classe o per posizionamento ideologico. Toto, è doveroso riconoscerlo, non è stato un’anomalia pop; è stato un pilastro della cultura italiana, un grandissimo autore che ha regalato al mondo la colonna sonora di un’Italia fiera, malinconica, e universale. Rendergli giustizia oggi significa perciò, inevitabilmente, fare un atto di onestà intellettuale.