Il prezzo del doppio standard: se la realpolitik svuota il Diritto internazionale

‎‎‎L’intercettazione in acque internazionali, alcuni giorni fa, della Global Sumud Flotilla e il successivo, deplorevole trattamento riservato agli attivisti da parte delle forze israeliane — documentato con sconcertante ostentazione dai vertici della sicurezza interna — non possono essere considerati come un semplice incidente diplomatico. Per l’Occidente, e per l’Italia in particolare, questo episodio costituisce un punto di non ritorno logico e giuridico e mette a nudo una contraddizione che non è più possibile derubricare a pragmatismo interstatale.

Da un punto di vista giuridico, la condotta delle autorità israeliane configura una violazione palese del Diritto internazionale, nella fattispecie di norme consuetudinarie e pattizie radicate. La libertà di navigazione in alto mare, sancita dalla Convenzione di Montego Bay (UNCLOS), e il diritto alla manifestazione del dissenso, tutelato dalle convenzioni internazionali sui diritti civili, non dipendono dallo stato di necessità autoproclamato di un singolo attore globale.

Quando queste prerogative vengono compresse extraterritorialmente, l’atto cessa di essere un’operazione di sicurezza e diventa un esercizio di puro arbitrio geopolitico. La reazione del Governo italiano — limitatasi alla pur doverosa convocazione dell’ambasciatore israeliano e a formali dichiarazioni di biasimo — evidenzia una asimmetria di postura che mina la credibilità della nostra politica estera.

La storia diplomatica recente racconta che, di fronte a incidenti che hanno coinvolto cittadini italiani in altri scenari, Roma ha attivato strumenti di pressione ben più severi, fino al richiamo formale del proprio ambasciatore. La logica giuridico-diplomatica impone, a questo punto, un parallelo impietoso; si consideri l’estrema fermezza — al culmine dell’iperbole diplomatica — mostrata dall’Italia nei confronti della Svizzera per il rogo del Constellation a Crans Montana. In quel frangente, dinanzi a responsabilità civili e penali private in cui le istituzioni federali svizzere non hanno mai avuto alcun ruolo diretto, la diplomazia italiana non ha esitato a rompere la prassi ordinaria, spingendosi fino alla massima misura.‎‎

Oggi, però, di fronte ad azioni reiterate e strutturali compiute direttamente dagli organi statali e militari di Israele — sequestro illegittimo di persona in acque internazionali e umiliazione deliberata di cittadini italiani, nonché, in passato, gravissimi colpi d’artiglieria esplosi contro le basi del nostro contingente UNIFIL in Libano — la reazione si arena in una timida nota di palazzo. Il cuore della lesione, in questo caso specifico, non risiede soltanto nella pur gravissima violazione materiale delle prerogative dei nostri concittadini, ma nello sfregio deliberato recato alla sovranità e all’onore della Repubblica Italiana.

‎‎Quando, difatti, un ministro della Sicurezza Nazionale straniero si permette di pubblicare video che esibiscono cittadini e rappresentanti italiani ammanettati e costretti in ginocchio sui propri canali social, l’atto travalica la sfera della misura di polizia e diventa una deliberata operazione di propaganda volta a umiliare lo Stato d’appartenenza di quei soggetti. E qui, ahimè, si è di fronte a una lesione istituzionale intangibile, profonda che colpisce direttamente la dignità del nostro Paese e che, secondo le consuetudini diplomatiche consolidate, esigerebbe una reazione ben più categorica e ferma, ossia di rottura dei normali canali bilaterali.

Ma la risposta formale dell’Esecutivo — la mera convocazione, reitero, dell’Ambasciatore israeliano per spiegazioni — dinanzi a una simile esibizione di forza mediatica non fa che ratificare la subalternità politica italiana, derubricando l’onore della Nazione a danno collaterale tollerabile in nome dell’allineamento strategico.‎‎

Questo strabismo rivela un’ipocrisia di fondo della politica estera nazionale, incline a esibire i muscoli con partner storicamente neutrali o considerati “morbidi”, e ridursi a una postura sottomessa nonché accondiscendente di fronte a Tel Aviv. La timidezza odierna è pertanto la certificazione di un doppio standard — come scrivevo a suo tempo — in cui Palazzo Chigi fa “il forte con i deboli e il debole con i forti”.‎‎

Tale deferenza strutturale produce quindi un danno sistemico. Il Diritto internazionale vive della sua applicabilità universale ed erga omnes. Nel momento in cui quasi si accetta che uno Stato strategicamente “intoccabile” possa operare in deroga permanente a tali principi — sia che si tratti di violazione di norme o di dignità umana — il Diritto si trasforma da scudo universale a mero strumento di opportunità. Si legittima, in questa maniera, la tesi dei detrattori dell’ordine liberale, secondo cui le regole valgono solo per gli “inermi”. ‎‎

Morale: Non si tratta di accodarsi a una retorica di parte, ma di difendere l’architettura giuridica globale e la dignità dell’Italia. Chi crede nella forza delle istituzioni e nella certezza del Diritto non può avallare questo strabismo diplomatico. Continuare a tollerare eccezioni in nome della contingenza significa accettare la progressiva erosione dell’ordine internazionale, lasciando che il sopruso sostituisca la norma. Una deriva, questa, che l’Europa e l’Italia, per storia e per Costituzione, non possono permettersi di avallare, sebbene indignate.‎‎‎‎‎