I tragici fatti di sabato 16 maggio a Modena non sono solo cronaca nera, ma anche una lezione di autodifesa sociale che smonta decenni di sociologia pigra. Quando un’auto folle si abbatte sui passanti e un uomo armato scende per colpire ancora, la teoria cede il passo all’istinto. E l’istinto vero di Modena non è stata la fuga, ma l’argine.
Oggi, elogiare chi è intervenuto non è un esercizio di retorica sentimentale, ma una constatazione logica. In quegli istanti si è consumato il superamento definitivo di quella apatia urbana che troppo spesso riduce i testimoni a spettatori con lo smartphone in mano. Placcare un criminale in fuga, a rischio della propria vita, non è un atto di giustizia sommaria, bensì l’applicazione immediata del patto sociale, ovvero la cittadinanza che smette di essere un concetto astratto e diventa uno scudo collettivo.
E qui c’è un confine netto tra il giustizialismo “fai da te” e la difesa dello spazio pubblico. I cittadini che hanno bloccato l’aggressore — Luca Signorelli, Mohammed Shalaby, Saku Talukder e altri due commercianti di origine pakistana — saggiamente non hanno cercato il linciaggio; hanno neutralizzato la minaccia con la forza minima necessaria, congelando il pericolo fino all’arrivo delle forze di Polizia. Hanno capito, prima ancora di razionalizzarlo, che la sicurezza non è un servizio che si subisce passivamente, ma un perimetro che si difende insieme quando l’imprevedibile rompe le linee.
Mentre la politica si avviterà inevitabilmente sulle falle del sistema e sui trascorsi del colpevole — discussioni necessarie, ma postume —, il dato politico e umano del sabato modenese resta uno solo: dove lo Stato per ovvie ragioni fisiche non poteva essere presente in quel preciso secondo, c’era una comunità. Non una folla atomizzata, ma un corpo compatto che ha rifiutato di farsi vittima. Questo è l’unico fatto inattaccabile; ed è da qui che si misura la salute civile di una comunità, a prescindere dal passaporto.