L’eclissi della ragione: tra minacce di apocalisse, il cinismo di un Presidente e il dolo di un Premier‎

‎‎Esiste un limite oltre il quale l’esercizio del potere cessa di essere politica per trasmutare in patologia criminale; una soglia che i fatti degli ultimi giorni sulla crisi in Medio Oriente hanno definitivamente oltrepassato, portando a compimento quel processo di delirio sistemico che da troppo tempo tiene in ostaggio il Diritto e la ragione.‎‎

Tale naufragio della razionalità, sotto i colpi convergenti di due egocentrismi a tratti messianici, sta trascinando l’ordine mondiale verso un punto di non ritorno, dentro uno scenario nel quale le norme internazionali vengono sacrificate sull’altare di ambizioni personali fuori controllo e di una gestione del potere svincolata da ogni principio di responsabilità.

‎‎In questo quadro, l’egocentrismo — o più propriamente il delirio politico — ha trovato il suo apice nelle minacciose esternazioni rese martedì scorso da Donald Trump, nel ricatto di annientare un intero popolo quale strumento per forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz; nonché nei bombardamenti ordinati da Benjamin Netanyahu contro il Libano tra mercoledì e giovedì.‎‎

Fortunosamente, nel primo caso l’intervento della diplomazia internazionale — con un ruolo attivo del Pakistan — ha consentito di cristallizzare all’ultimo istante, quasi allo scadere dell’ultimatum posto a Teheran, una fragile tregua di due settimane con l’avvio di negoziati. Ciò restituiva un margine di respiro a una crisi ormai prossima alla deflagrazione, prima che la forza bruta di Netanyahu, infischiandosene degli impegni e del contesto negoziale in formazione, riaccendesse il fronte libanese sabotando deliberatamente ogni spiraglio di stabilizzazione. Colpire Beirut a poche ore dalla decisione del cessate il fuoco — e qui la cronologia è dirimente — non rispondeva a necessità difensive, bensì a una dinamica che aveva, e continua ad avere, l’unico scopo di irritare l’Iran e spingere verso una nuova chiusura o eversione di Hormuz.

Stante quanto sopra, è ormai pertanto evidente come il premier israeliano stia utilizzando la continuità del conflitto e il sangue degli innocenti come leva di sopravvivenza politica interna, mentre la schizofrenia d’azione — congiunta con Washington — conferma che il Medio Oriente è malauguratamente divenuto il laboratorio di un’anarchia strategica governata da due leadership che hanno smarrito ogni nozione di responsabilità del comando.

‎‎Se il dolo militare di Netanyahu e la mania di onnipotenza di Trump continueranno ad alimentarsi di un  circolo vizioso che minaccia direttamente la sicurezza collettiva, la permanenza di queste figure ai vertici delle rispettive nazioni impone di essere discussa. E non può più essere considerata un tema di ordinaria dialettica politica, ma una questione che investe la tenuta stessa della civiltà giuridica internazionale. Proprio per questo, per il bene della salvaguardia dell’ordine mondiale, la loro rimozione dovrebbe oggi considerarsi come un imperativo di sistema. Netanyahu — ritengo — dovrebbe essere travolto da una mozione di sfiducia che riconosca la natura strutturalmente destabilizzante delle sue scelte; mentre per Trump, lo Stato Maggiore dovrebbe richiamare d’urgenza il sistema costituzionale statunitense, che prevede di attivare provvedimenti e misure nei confronti di un Presidente non più in grado di distinguere tra deterrenza e azione (25° Emendamento: venir meno del necessario discernimento strategico e adempimento dei giusti doveri d’ufficio).‎‎

In conclusione, solo la rimozione di queste due figure, palesi protagoniste di una deriva distruttiva, potrà impedire che l’eclissi della ragione si trasformi in un abisso le cui proporzioni sfuggono alla stessa immaginazione. Per il momento, però, non ci resta che confidare nel buon esito dei negoziati iniziati quest’oggi a Islamabad.‎‎‎‎‎