Il sipario appena calatosi sui negoziati di Islamabad non è certo il risultato di una fatalità, ma l’esito, ahimè, di un disegno malizioso programmato. La speranza con cui cautamente concludevo il mio precedente editoriale (cfr L’eclissi della ragione: tra minacce di apocalisse, il cinismo di un Presidente e il dolo di un Premier) si è rivelata purtroppo vana, infranta contro il muro di un asse che continua ad alimentare caos.
Il fallimento di questi negoziati a mediazione pakistana ha, secondo la mia visione, un’origine chiara: la solita spregiudicatezza di Donald Trump — che nelle ultime ore ha persino delegittimato il Papa — e il dolo opportunistico di Benjamin Netanyahu. Mentre i delegati cercavano una via, Israele, con la solita logora scusa di “sicurezza nazionale”, ha continuato a sferrare violenti bombardamenti sul Libano; e — ribadisco — non è stato per necessità difensiva, bensì per calcolato sabotaggio. Netanyahu sapeva deliberatamente che, colpendo Beirut durante il vertice, avrebbe condotto la delegazione iraniana all’irrigidimento e quindi a dover respingere ogni compromesso.
In siffatto scenario, pretendere parallelamente che l’Iran rinunciasse alle proprie ambizioni nucleari è stata la beffa finale che ha fatto saltare il banco. La reazione di Teheran — oso asserire — è stata logica e speculare, come a dire: perché rinunciare all’unica polizza sulla vita mentre l’avversario, protetto dal proprio arsenale, bombarda impunemente tutti. L’intrasigenza iraniana non è pertanto stata un capriccio ideologico, ma la conseguenza diretta di una pressione militare che ha tolto ogni spazio residuo di buona volontà.
Nonostante questo clima, il Pakistan continua a mediare con encomiabile tenacia, premendo per convocare un nuovo round di negoziati, nonché per il mantenimento del cessate il fuoco e la sua necessaria estensione al fronte libanese. Questo sforzo si scontra, però, con l’arrogante irresponsabilità di Donald Trump, che scegliendo di nuovo di assecondare la deriva bellicista invece di frenarla, mantiene, anzi aggrava ancor di più lo stato di tensione.
L’annuncio di un blocco navale nello Stretto di Hormuz e la minaccia di colpire le infrastrutture civili sono quest’oggi il tragico epilogo di un leader che confonde — reitero — diplomazia e bullismo. A questo punto, la “sopravvivenza” dell’equilibrio mondiale è appesa all’ultima, quasi impensabile, proposta della Russia di inserirsi nella mediazione a supporto del Pakistan. Tuttavia, tale possibilità si rivela bivalente; se verrà ignorata o disprezzata dall’asse Washington-Gerusalemme, la crisi — temo — rischierà fortemente di trasmutare in qualcosa di più complesso.
Conclusione: Senza una destituzione politica di Netanyahu e un cambio di rotta drastico di Trump — se non addirittura anche la sua rimozione — non si andrà verosimilmente incontro a nessuna politica di appeasement, piuttosto al collasso definitivo. Insomma, finché al potere rimarranno leader folli che sganciano bombe come fossero volantini, la parola fine non sarà scritta su un trattato di pace, ma sulla cronaca di una guerra totale. L’ostinazione nel voler imporre la forza a ogni costo sta trasformando l’ultima spiaggia di Islamabad nel punto di non ritorno per l’intera comunità internazionale.