‎Crans-Montana e il “caso” delle fatture: Anatomia di un’ignoranza transfrontaliera

‎‎Il rumore mediatico sollevatosi in Italia attorno alle fatture inviate ai feriti della tragedia del bar Le Constellation, a Crans-Montana, è l’ennesima prova (provata) dell’incapacità italiana di comprendere la burocrazia della Svizzera. Come giurista attivo in entrambi i Paesi, ritengo dunque doveroso ristabilire l’ordine della verità su un caso che, semplicemente, non ha luogo di esistere.

‎‎Nella Confederazione, premetto, vige l’obbligo di inviare ai pazienti un rendiconto di ogni prestazione e spesa medica. Si tratta di un atto dovuto e inderogabile, un principio sancito direttamente dalla legge federale sulla sanità. Questo sistema, sotto forma di «copia fattura per conoscenza», è posto a tutela del cittadino per garantire trasparenza sui costi sanitari. Quindi, che si tratti di pochi centesimi o di decine di migliaia di franchi, e a prescindere che il destinatario sia un residente o un turista assistito d’urgenza, la macchina amministrativa garantisce a chiunque lo stesso diritto all’informazione.

‎‎Nella fattispecie, gli ospedali hanno agito seguendo la consueta (e normale) prassi. Dunque, dove risiede lo scandalo? Non certo nella procedura svizzera, ma, viceversa, nell’incapacità interpretativa di chi, in Italia, ha ricevuto un documento informativo e lo ha scambiato per un atto precettivo di pagamento.

‎‎Per chi abita la realtà elvetica, è pertanto pesante assistere a cariche istituzionali e testate giornalistiche italiane urlare allo scandalo e alla  «burocrazia disumana», quando, in realtà, tale non è. Definire  «ripugnante» e «beffa» un automatismo legislativo di uno Stato terzo, che peraltro ha già garantito la totale assunzione dei costi attraverso il proprio sistema di copertura nazionale, si rivela una reazione di pura ignoranza e di totale analfabetismo.

‎‎L’Italia, abituata all’integrazione dei costi sanitari nella fiscalità generale, ha peccato — per l’ennesima volta — di vacuità analitica, proiettando a torto il proprio sistema burocratico sulla Svizzera. Si è, come al solito, fraintenso e preferito cavalcare l’indignazione facile anziché andare a documentarsi e capire che la Svizzera, nello specifico, ha schiettamente onorato i propri protocolli di trasparenza — voglio sottolineare, a tal riguardo, che ogni resoconto di spesa inviato alle vittime reca la menzione «nulla da pagare».‎‎

Detto questo, è altresì doveroso scindere ciò che la polemica ha goffamente unito, ovvero la distinzione tra il piano degli oneri e quello dei risarcimenti. La questione del costo sugli interventi di cura è palese e chiusa: lo Stato svizzero paga, il paziente è informato, e punto. I relativi risarcimenti civilistici, dal canto loro, non hanno nulla a che vedere con le notifiche ospedaliere, essendo legati esclusivamente agli sviluppi del processo penale. Confondere i due piani — asserisco — è pertanto dilettantismo giuridico.‎‎

Conclusione: Piuttosto che attaccare  e chiedere scuse non dovute, la politica e i media italiani farebbero meglio a studiare bene la Svizzera, sia nei procedimenti amministrativi quanto in quelli giudiziari. Sia chiaro che gli ospedali svizzeri non hanno inviato nessun conto da pagare alle famiglie delle vittime, ma certificazioni di un impegno economico già assunto dai Cantoni e la Confederazione a loro favore. Perciò prima di puntare il dito e emettere sentenze morali, i principali attori di questa nuova polemica farebbero bene a rispettare il silenzio onde evitare, inutilmente, di trasformare gravi lacune conoscitive in colpa altrui.

‎‎‎‎Nota a margine: La Svizzera detiene la spesa sanitaria pro capite più alta al mondo dopo gli Stati Uniti. Gli importi a tre o quattro zeri che compaiono nei resoconti sono la diretta conseguenza di costi vivi elevatissimi, dove anche una singola giornata di degenza o un esame specialistico riflettono tariffe sensibilmente superiori alla media europea.