‎Crans-Montana: il paradosso della “Maestra Italia”

‎‎‎‎La tragedia del locale Le Constellation a Crans-Montana, con il suo carico di giovani vite spezzate, impone un silenzio che dovrebbe essere dedicato esclusivamente al cordoglio e all’accertamento rigoroso delle responsabilità. Invece, da settimane, stiamo assistendo a un fenomeno speculare e preoccupante: la trasformazione del dolore in un’arma di pressione diplomatica e mediatica.

Da cittadino italiano che vive e opera in Svizzera, osservo con inquietudine — e a malincuore — la deriva di una narrazione che cerca di trasformare una tragedia dell’incuria in uno scontro di civiltà giuridica.

‎‎Il richiamo dell’Ambasciatore e la martellante campagna mediatica contro il sistema elvetico sollevano una questione di coerenza che non può essere elusa. Quando la politica italiana sale in cattedra per impartire lezioni di rigore e sicurezza alla Svizzera, sembra dimenticare i propri “peccati originali”. Non serve andare lontano nella memoria: la strage di Corinaldo del 2018; un doloroso esempio, e ferita ancora aperta, che smonta alla radice ogni pretesa di superiorità morale.‎‎

A Corinaldo, come a Crans-Montana, il nemico non è stato il destino, ma il collasso dei controlli: sovraffollamento, carenze strutturali e una catena di responsabilità che, nel processo italiano, cronache alla mano, ha visto svanire le accuse più gravi per alcuni funzionari pubblici preposti alla vigilanza. Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente: come può una Nazione che ha incontrato profonde perplessità per garantire giustizia alle vittime di casa propria, ergersi a inquisitore del sistema giudiziario altrui?

‎‎L’indignazione sollevata dalla scarcerazione di Jacques Moretti su cauzione merita, ora, una riflessione che vada oltre il giustizialismo emotivo. È pur vero che l’ordinamento italiano non prevede il deposito cauzionale come strumento di libertà  — a differenza del sistema elvetico (art. 239 Codice di procedura penale) —, ma questo non autorizza a gridare allo scandalo. Chi scrive, come giurista “addetto ai lavori”, avverte pertanto il dovere di spiegare che la ratio della misura cautelare non è l’anticipazione della pena, ma la prevenzione di pericoli specifici.

In questo senso, incombe rilevare che l’Italia, pur non applicando il principio della cauzione, segue il medesimo alveo giuridico attraverso il disposto degli articoli 274 e 275 del proprio Codice di procedura penale, ovvero: quando le esigenze cautelari si attenuano, il giudice può sostituire la custodia in carcere con misure meno afflittive, in virtù del principio di adeguatezza e proporzionalità.‎‎

Alla luce di quanto premesso,  contestare alla Svizzera l’applicazione di una norma codificata marca un paradosso giuridico, specie se fatto da un Paese che convive con pressoché uguali concetti procedurali. Sconfessare il precetto cauzionale nei procedimenti altrui significa perciò ignorare volutamente il principio di legalità o, peggio, non percepire l’alfabeto del Diritto. Non si può pretendere che uno Stato sospenda le proprie garanzie costituzionali per assecondare la pressione mediatica di un altro Paese. La giustizia, è giusto aggiungere, non si misura sulla durezza della carcerazione preventiva, ma sulla certezza della condanna finale. ‎‎

L’analisi storica e politica ci insegna che la “questione esterna” è spesso il miglior diversivo per far dimenticare le questioni interne. “Assassinare” mediaticamente la Svizzera serve quindi solo a nutrire un facile consenso elettorale, ma non a rendere onore alle vittime. Anzi, al contrario, offusca la realtà, quella della sicurezza dei nostri giovani; un tema universale che non conosce frontiere e che viene tradito ogni volta che il profitto prevale sulle norme, sia essa una tranquilla valle del Vallese o una provincia marchigiana.

‎‎In conclusione: l’Italia non ha nulla da insegnare in un campo dove anch’essa ha mostrato fragilità. Ha bisogno, semmai, di un’autocritica profonda. La retorica del risentimento, è bene sottolineare, non restituisce dignità ai morti; la restituisce solo un impegno serio verso standard di sicurezza che siano uguali ovunque, senza la necessità di trasformare un’aula di tribunale in un palcoscenico per farsi pubblicità. Giustizia non è vendetta diplomatica. Giustizia è ammettere che, davanti a queste tragedie, siamo tutti tristemente sulla stessa barca.‎