Il Trionfo di Sal Da Vinci: tra Memoria Catanese e Melodia d’Autore

‎‎La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 non è soltanto il ritorno della grande melodia mediterranea sul gradino più alto del podio; è, per chi sa ascoltare oltre la superficie del contemporaneo, la ratifica definitiva di un’estetica nata quasi quarant’anni fa nei laboratori musicali “confinati” del Sud. Se il brano Per sempre sì appare oggi come una folgorazione di freschezza e potenza, a un orecchio educato ai suoni della GS Record (storica etichetta discografica catanese) e alle sue produzioni neomelodiche “napoletane” di fine anni Ottanta e primi Novanta, il pezzo si svela come un mosaico di arie già scritte.

‎‎Il “metodo Sal” in questo lavoro è furbo quanto divino nella sua efficacia. Non si tratta di un semplice rivestimento orchestrale, ma di un’architettura ritmica che attinge a piene mani da quel serbatoio di “napoletanità di Sicilia” poco conosciuto ma che ha marcato la storia di un’intera generazione. Chi ha vissuto l’epoca d’oro di tali produzioni  — come lo scrivente — non può non sobbalzare: la spinta propulsiva, quel battito cardiaco che sostiene il brano in esame, è la stessa cellula ritmica di Sotto il maglione di Angelo Mauro (1992). È la sua perfetta impronta digitale; un “motore”che già allora spingeva con forza e che oggi, rispolverato ma non mutato, sconfina e sbaraglia la concorrenza nazionale.‎‎

E il Signor Da Vinci, nato e cresciuto nell’ambiente neomelodico napoletano DOC nonché — ovviamente — fine conoscitore della materia, non si è fermato a Mauro. La sua “composizione” prende anche spunto — con altrettanta furba intelligenza — da brani come Ragazzi fuori di Angelo Cavallaro e Dimenticare di Francesco Benigno (1990). Infine; il richiamo quasi subliminale alla cadenza di Se bruciasse la città di Massimo Ranieri — già rilevato nel mio L’Eclissi dell’Inedito: l’Ontologia del Riciclo sul Palco dell’Ariston — serve ad amalgamare il tutto, dando quella patina di rassicurante classicità italiana necessaria per il pubblico dell’Ariston.

‎‎Detto questo, al di ciò che per un orecchio esperto appare un palese plagio stilistico, bisogna ammettere che il pezzo è comunque bellissimo e “fortissimo”. Ed è piaciuto sin dal primo istante perché, finalmente, riporta al trionfo una vera melodia, capace di emozionare a prescindere dalla sua reale paternità. Dopo anni di autotune, di canzoni piatte e prive di nerbo, la vittoria di Sal Da Vinci è una boccata d’ossigeno meritata appieno.‎‎

Conclusione: Sal Da Vinci ha saputo confezionare una canzone d’impatto assicurato, attingendo a un archivio di successi sconosciuti al resto d’Italia, ma che per noi del Sud è Storia. Pertanto sul podio della vittoria sanremese, insieme a lui, sono saliti virtualmente anche i “leoni” della scuderia GS, quei pionieri del ponte Napoli-Catania che quel suono lo hanno capitalizzato quando nessuno, fuori le mura del Meridione, lo considerava. La prova che il neomelodico non è mai stato antiquato o trash; era solo avanti, in attesa di essere sdoganato, “italianizzato” e finalmente riconosciuto come sound d’eccellenza. ‎