Un sussulto comunicativo di fresca data della nostra rappresentanza diplomatica a Berna, affidato a un interrogativo pubblico circa il diniego elvetico all’istituzione di una Squadra Investigativa Comune (JIT), impone una tempestiva puntualizzazione che vada oltre la narrazione di facciata.
Ci si chiede, con un candore che sfiora l’imprudenza istituzionale, perché la Confederazione neghi attualmente un dispositivo concesso in altre quindici occasioni dal 2020 al 2025. La risposta, ebbene, si racchiude nell’oggettività della norma processuale; e non va ricercata — chiarisco — in una presunta ostilità elvetica, bensì nella natura stessa di quegli accordi che, oggi, esigono di riportare il dibattito sul binario dell’onestà intellettuale.
Le quindici JIT invocate dalla nostra Ambasciata — al momento priva della sua guida apicale per una scelta politica che continuo a ritenere autolesionistica — non costituiscono un precedente applicabile al caso Constellation. Esse infatti afferiscono, senza eccezione, a inchieste sulla grande criminalità organizzata — il narcotraffico internazionale in primis —, fattispecie in cui la connotazione stessa del reato costituisce il presupposto di deroga alla sovranità territoriale.
Diversamente, l’incendio di un locale di proprietà privata, per quanto resti importante e mediaticamente rilevante, non integra pianamente — reitero — i criteri di gravità necessari per attivare una JIT ai sensi della cooperazione giudiziaria internazionale. Pretendere sicché l’eccezione in assenza di riscontro probatorio su eventuali coinvolgimenti di strutture criminali transfrontaliere, significa — reitero ancora — ignorare la gerarchia delle fonti e la sensibilità giuridica della Svizzera.
Berna non sta negando alcuna collaborazione; sta, viceversa, applicando il principio di proporzionalità e il rigore dei più volte da me citati articoli 63 e 65a AIMP. La Confederazione non è, ripeto, un’estensione dell’ordinamento italiano, né un partner a cui si possano imporre procedure d’urgenza in nome di una pressione mediatica interna. Richiamare perciò i numeri delle JIT passate, tacendone la causale giuridica, non è altro che un tentativo di “fare gli gnorri”, di ennesimo vittimismo che non giova a nessuno, tanto meno alla dignità dello Stato italiano.
Alla luce di tali evidenze, si deve pertanto evincere che la diplomazia del “tweet” e della querulomania sia solo il sintomo di una patologia di grave smarrimento — per usare un eufemismo. E quando si sceglie di declassare una sede diplomatica a una gestione ad interim, privandola del rango necessario per il dialogo politico alto, il risultato è questo: uno scivolamento verso la demagogia che scambia l’osservanza delle leggi straniere per un affronto nazionale.
Conclusione: La sovranità svizzera non è un muro di gomma, ma un muro di Diritto. Ed è ora che Roma lo capisca una volta per tutte, tornando in punta di piedi a quel savoir-faire istituzionale che un tempo fu (leggasi — o rileggasi — Crans-Montana: Se i Padri Fondatori della Repubblica guardassero a oggi).