C’è un limite oltre il quale la diplomazia diventa codarda. Basti guardare all’attualità delle ultime ventiquattrore: l’oltraggio consumato a Teheran, con lo sfregio pubblico dell’immagine del nostro Presidente Sergio Mattarella. Non è un incidente, né una banale divergenza di carattere procedurale, bensì un’aggressione frontale alla nostra più alta carica istituzionale; peggio, un “attentato” al simbolo vivente della nostra Repubblica. Eppure, davanti a un tale atto — di inaudita gravità — la risposta del Governo si è rintanata nel buco della serratura di una gentile “richiesta di chiarimenti”. Un atto, direi, di sottomissione travestito da azione diplomatica.
Il contrasto con lo strappo di Berna dello scorso 24 gennaio è vomitevole. Contro la Svizzera — partner mite che non ha mai oltraggiato nessuno — si è usato il maglio del richiamo dell’Ambasciatore per una mera questione di dottrina processuale (senza motivazione sostenibile). Nel codesto scenario, pertanto, dove il rischio di rappresaglie massicce è nullo, si è recitata la commedia del vigore; davanti a Teheran, viceversa, dove l’offesa è reale e l’avversario è brutale, la voce si è fatta “sottile sottile”, quasi ossequiosa.
Siamo quindi alla codificazione del bullismo politico: feroci con le democrazie che rispettano il Diritto, mansueti con i regimi che lo calpestano.
Questa asimmetria non è realismo diplomatico, è viltà strategica. Si esibiscono i muscoli contro l’amico (di sempre) elvetico per nutrire una propaganda interna a basso costo, mentre si china il capo di fronte ai provocatori iraniani per timore di essere bacchettati. E qui la bussola della serietà nazionale è ufficialmente rotta. Non si può dimostrare fermezza con gli amici e, in simultanea, accettare l’umiliazione dai tiranni. L’Italia non può limitarsi a tali bassezze.