Questa nuova edizione del Festival di Sanremo sembra aver definitivamente sancito il passaggio dalla celebrazione della creatività alla codificazione del calco sonoro. Non è una percezione da ascoltatore nostalgico, questa mia, ma una constatazione tecnica che interroga direttamente le fondamenta del diritto d’autore e l’etica della composizione. Se un tempo il requisito dell’originalità era il perimetro invalicabile per accedere alla manifestazione, oggi assistiamo a una sorta di estetica della sovrapposizione, dove il confine tra ispirazione e plagio è diventato una zona grigia gestita più dai dipartimenti marketing che dai periti musicali.
La presente disamina non nasce da un pregiudizio accademico, ma matura attraverso una sensibilità personale percepita sin dalla tenera infanzia (essendo cresciuto a “pane e musica”) e affinata poi sul campo con l’orecchio di chi — al pari dell’attuale conduttore e patrono — ha vissuto la musica dalle console operando come DJ. Suonando vinili e modulando strutture ritmiche, ho imparato a “sezionare” i brani per necessità “professionale”, sviluppando pertanto un orecchio tarato sulla scomposizione naturale delle sequenze. E questa memoria uditiva — che oggi unisco alla mia visione di giurista, editorialista e docente — mi rende possibile la decodifica istantanea, sotto la patina di una produzione moderna, dell’ossatura di un pezzo già esistente.
Il fenomeno non è isolato alla gestione attuale del Festival, ma affonda le radici in un costume già sdoganato durante l’era del conduttore e direttore artistico precedente. Si pensi a casi come quello dei Coma_Cose, il cui gancio di Cuoricini richiamava apertamente i Ricchi e Poveri, o agli stessi Ricchi e Poveri che in Ma non tutta la vita sono giunti a una sorta di autoplagio della loro Sarà perché ti amo. E ancora, il ritornello del brano Amarcord di Sarah Toscano echeggiava inequivocabilmente C’est Venise di Toto Cutugno, così come il brano di Giorgia, La Cura per me, tradiva arie fin troppo marcate de La sera dei miracoli di Lucio Dalla.
Riconducendo, ora, l’analisi a questa edizione 2026, i casi di ricalco — ho notato — sono altrettanto numerevoli e marcanti. Cominciamo col brano di Elettra Lamborghini, che evoca con sospetta precisione le note della sigla del telefilm La Preside, intitolata Non mi basti mai. Lo stesso accade con Patty Pravo, il cui intro della sua canzone sembra “pagare se stessa” ricalcando quasi specularmente E dimmi che non vuoi morire, scivolando a intermittenza verso un Battisti del periodo Panella (Don Giovanni). Ancora, Samurai Jay costruisce un crescendo che riprende la metrica di una hit francese del 1983 (Juste une mise au point di Jackie Quartz), e J-Ax che imposta una melodia richiamante la celebre Samarcanda di Roberto Vecchioni. In Sal Da Vinci, poi, ho avvertito una melodia tipica di quei lavori neomelodici quasi sconosciuti dei deccenni passati e che, a tratti, si innesta su Se bruciasse la città di Massimo Ranieri. Infine Pietro Morandi (Tredici Pietro), con il suo pezzo Uomo che cade clona l’intro di Vita (1988) di papà Gianni e Dalla. E qui si comprende che ogni limite è ormai superato. Perché?
Il venir meno di una deterrenza morale e tecnica come quella che rappresentava il Maestro Ennio Morricone — scomparso nel 2020 — lascia un vuoto incolmabile. Con la fine di quella stagione di rigore peritale presso la SIAE (Società italiana Autori Editori), che analizzava lo spartito con la precisione del chirurgo, è scomparso il timore referenziale che obbligava gli autori a una reale ricerca inventiva. Oggi, nel vuoto lasciato da figure di tale caratura scientifica, come appunto l’Illustre Maestro, il sistema privilegia — presumibilmente — la strada del “patteggiamento editoriale”, ovvero: se una linea melodica ricalca un successo del passato, ci si accorda per la spartizione dei diritti piuttosto che rischiare la squalifica.
Siamo dunque di fronte a un paradosso. L’organizzazione continua a sbandierare la “novità” come vessillo d’ingresso, ma la prassi ci restituisce un “Festival del Riciclo” dove la memoria collettiva viene saccheggiata per sopperire alla siccità di idee. Se la direzione artistica abdica al suo ruolo di filtro etico e tecnico, preferendo la tenuta radiofonica rispetto alla dignità della composizione, il rischio è la deflazione definitiva del valore dell’opera d’arte.
Morale: Senza un ritorno alla vigilanza severa sullo spartito, la musica italiana — anzi la musica in generale — rischia di scivolare in un eterno presente fatto di fotocopie, dove la vittoria non premia più l’ingegno ma la capacità di mimetismo più efficace.