Le dinamiche che circondano il disastro ferroviario dello scorso 18 gennaio a Adamuz, in Andalusia, non possono limitarsi al mero dato di cronaca. Per un giurista e osservatore attento — qual è chi scrive —, il riscontro di questa tragedia da parte italiana rappresenta l’ennesima conferma di un conformismo mediatico e nazionalismo di difesa inqualificabili, caratterizzati da una doppia morale.
Il confronto con la condotta assunta da Palazzo Chigi nel caso “Constellation” a Crans-Montana è, ancora una volta, d’obbligo. In questo frangente, come ampiamente noto, stiamo assistendo a un attacco politico e comunicativo senza precedenti nei confronti della Confederazione Elvetica — un’ingerenza che ha franto secoli di corretta coesistenza e strappato intere pagine di Trattati. Chi siede oggi al Governo, voglio ricordare, ha preteso e pretende ancora di scavalcare l’operato dei tribunali svizzeri, ignorando il principio cardine della sovranità territoriale e la separazione dei poteri in nome di una politica fattualmente d’accatto.
Dinanzi all’incidente di Adamuz, però, il paradigma muta radicalmente. All’atto del coinvolgimento di un operatore pubblico italiano (FS/Iryo) e di un asset di fabbricazione nazionale (Frecciarossa 1000), l’Italia tutta, dai vertici della politica ai media, si è chiusa nel riserbo assoluto. Ovvero: si è imposta una consegna del silenzio non appena eventuali responsabilità tecniche — che le indagini spagnole stanno valutando verso i vertici della manutenzione e i sistemi di bordo del convoglio — hanno lambito la sfera degli interessi interni. Tant’è.
Da tale scenario emerge, allo stato, una lezione di Diritto e di civiltà politica impartita dalla Spagna. Madrid, seppur parte lesa e pur conducendo accertamenti severi sugli standard di sicurezza in dotazione alle carrozze, sta mantenendo il rigore della compostezza e del savoir-vivre istituzionale. Non ha urlato, non ha scatenato crisi diplomatiche né ha utilizzato la tragedia come clava contro Roma. Palacio de la Moncloa (sede del Governo spagnolo) sta pertanto dimostrando di saper distinguere tra l’accertamento delle responsabilità d’impresa e le relazioni tra Stati sovrani; una distinzione che la compagine di Governo italiana, nel suo recente comportamento con la Svizzera, ha palesato di ignorare o di non comprendere.
Questa asimmetria procedurale configura — per analogia — un vulnus, ossia una violazione alla certezza del Diritto. Proteggere l’immagine dell’industria ferroviaria nazionale attraverso il silenzio e contemporaneamente “vessare” un vicino storico per fatti di cronaca sostanzialmente parificabili, è una chiara mossa di bassezza politica e non di forza. Sicché; il mutismo su Adamuz non rappresenta altro che il riflesso speculare del “chiasso mediatico” sul Constellation: due facce della medaglia, della medesima capacità di modulare le cose a proprio interesse.
Conclusione: Il prestigio di una Nazione si difende con la coerenza verso se stessi e con il rispetto altrui. Tutto il resto va definito, a priori, provocazione sterile o silenzio di comodo.