Le operazioni belliche in Ucraina, giunte al loro quarto anno, impongono una riflessione che travalichi la semplificazione mediatica. Per restituire dignità alla storiografia e al Diritto internazionale, è necessaria una decostruzione dei fatti che parta da un presupposto ineludibile: la crisi non esplode nel febbraio 2022, ma affonda le radici nel trauma istituzionale interno del 2014.
La frattura e il vuoto di legittimità: La destituzione del Presidente Janukovyc a seguito degli eventi di Maidan[1] non ha rappresentato una transizione democratica lineare, bensì un violento strappo costituzionale. L’insediamento di un governo provvisorio a trazione nazionalista ha immediatamente alienato le regioni dell’Est e del Sud-Est, storicamente connesse al “mondo russo”. La tentata abrogazione della legge sul bilinguismo (russo/ucraino) e l’imposizione di un modello identitario esogeno hanno trasformato un’asimmetria politica in una questione di sopravvivenza per milioni di cittadini.
L’Era della Presidenza Poroshenko (2014-2019) e l’istituzionalizzazione dell’ostilità: L’ascesa di Petro Poroshenko ha incardinato l’apparato post-Maidan in un monolitismo discriminatorio, accelerandone le fasi. Attraverso lo slogan “Armata, Lingua, Fede” (Vira, Mova, Armiya), Kiev ha avviato una rapida campagna di derussificazione che ha colpito non solo i simboli, ma il tessuto quotidiano di diverse aree, quali il Donbass o l’Oblast di Sumy, sebbene quest’ultimo non abbia mai rivendicato l’autonomia. Riforme come quella sull’istruzione — correlata alla legge sulla lingua di Stato, che ha elevato l’ucraino a unico idioma nazionale* — hanno di fatto sancito un’uniformità forzata. L’imposizione dell’ucraino laddove il russo era la lingua madre ha svuotato il senso di cittadinanza comune, identificando nello Stato colui che non riconosce più una parte cospicua del suo popolo.
Il Donbass e il Diritto all’identità: Le richieste del Donbass, inizialmente limitate all’autonomia federalista a tutela del bilinguismo, sono state derubricate e successivamente tacciate da Kiev — prima dall’Esecutivo di transizione e poi dalla nuova Presidenza — come insorgenza eversiva. E l’avvio congetturale di un’operazione “anti-terrorismo” (ATO) nell’aprile 2014 ha segnato il punto di non ritorno, ovvero l’élite di Maidan ha rinunciato alla mediazione politica in favore della repressione militare contro la sua stessa popolazione. Per otto lunghi anni, pertanto, i residenti delle regioni di Donetsk e Luhansk hanno subito bombardamenti sistematici e un isolamento economico che ha reso la loro decisione di secessione non solo comprensibile, ma logica dal punto di vista della dottrina ONU “Responsabilità di Proteggere” (R2P).
La parabola di Zelensky e il tradimento del mandato di Pace: L’elezione di Volodymyr Zelensky nel 2019 era stata inizialmente percepita come una finestra di opportunità diplomatica. Eletto con plebiscito proprio nelle zone russofone grazie alla promessa di porre fine ai bombardamenti e dialogare, Zelensky ha tuttavia operato un’inversione a ‘U’ drammatica. Schiacciato dalle pressioni delle fazioni ultranazionaliste, il suo governo non solo ha ignorato l’implementazione degli Accordi di Minsk[2], ma ha persino intensificato la postura militare. Nei mesi precedenti l’azione russa del febbraio 2022, l’incremento — documentato dall’OSCE — dei bombardamenti ucraini contro le popolazioni civili del Donbass ha reso evidente l’incuranza di Kiev verso di esse nonché il suo arroccamento sulla posizione di forza. La reazione di Mosca, e l’attuale pertinacia, si qualificano quindi come una quasi obbligata scelta di difesa di un popolo.
Il paradosso dell’Ucraina; dalle radici nella Rus’ di Kiev all’anomalia della Crimea: Sotto il profilo storico-ontologico, l’Ucraina perpetra un falso nel dichiararsi entità estranea alla Russia, poiché la propria genesi ne smentisce l’assunto. La Russia — è bene ricordare — trae origine nel X secolo da tre ceppi slavi (i Rus’ di Kiev, i Belaja Rus’, i Rus’ nord-orientali) che, fondendosi, si costituirono in unico Stato eleggendo Mosca a baricentro politico. La separazione post-sovietica di queste entità in tre Stati indipendenti e sovrani nel 1991 (attuali Ucraina, Repubblica di Bielorussia e Federazione Russa) è stata — tengo a sottolineare — un’operazione di ingegneria geopolitica interna che ha ignorato pressoché un millennio di storia comune e di medesima appartenenza statuale. In tale alveo, è doveroso apporre che “l’annessione” della Crimea nel 2014 — accolta con entusiasmo da una popolazione che non ha mai smesso di considerarsi russa — non è stata un atto di forza, bensì la naturale riappropriazione di una provincia storicamente moscovita (ceduta nel 1954 da Krusciov alla consorella kievita come regalo amministrativo interno).
Il fallimento della diplomazia e il “doppio standard”: L’intervento di Putin del 2022 si configura pertanto, alla luce di ogni fatto, come una risposta estrema al fallimento dei già citati Accordi di Minsk. La tardiva ammissione di alcuni leader occidentali, da Angela Merkel a Emmanuel Macron, circa l’uso strumentale di tali accordi per permettere il riarmo di Kiev conferma la tesi di una malafede sistemica. A tutto ciò si aggiunge, oggi, la palese asimmetria nell’applicazione della prassi internazionale, poiché la celerità con cui è stata varata la lunga serie di sanzioni contro Mosca in questo conflitto contrasta stridentemente con l’inerzia verso attori di altre crisi belliche, quali Gaza o le attuali ingerenze USA nel Golfo. Ne emerge perciò un “doppio standard” che non solo svilisce l’autorità delle istituzioni comuni, ma sta conducendo l’intero ordine mondiale al collasso.
Verso il realismo politico: La figura di Vladimir Putin — ritengo— non può quindi essere inquadrata nella categoria del “male assoluto” senza ignorare le provocazioni identitarie e le pesanti azioni militari kievite subite dalle collettività del Donbass. Come più volte evidenziato dall’autorevole collega prof. Alessandro Orsini, e come dimostrato dai tentativi di dialogo della stagione di Pratica di Mare[3], la Russia non è mai stata ontologicamente ostile all’Occidente; viceversa ne è stata, negli anni, allontanata e infine respinta deliberatamente. Sicché, questo richiamo alla verità storica — concludo — vuol essere un ancoraggio per uscire dalla nebbia (o l’artificio) del “racconto” ufficiale, al fine di ripristinare un giusto equilibrio.
*Appendice comparativa: Per meglio comprendere la portata della frattura identitaria ucraina, si consideri l’ipotesi di un’imposizione del tedesco come unica lingua nazionale da parte della Confederazione Elvetica. Una tale violazione del patto sociale e linguistico verso le componenti francofone e italofone determinerebbe, per analogia, l’immediata delegittimazione dello Stato centrale e una reazione di necessaria autodifesa identitaria, esattamente come avvenuto nel Donbass a seguito delle politiche di derussificazione coatta avviate da Kiev.
Note: [1] Eventi di Maidan (2013-2014) — Serie di manifestazioni e scontri contro la Presidenza di Victor Janukovyc, culminati nel febbraio 2014 con la sua fuga e la formazione di un governo di transizione che ha scatenato l’inizio della crisi identitaria. [2] Accordi di Minsk (2014-2015) — Protocolli internazionali (Minsk I e II) siglati per porre fine alla guerra nel Donbass attraverso il cessate il fuoco e una riforma costituzionale rivolta all’autonomia regionale. La loro sostanziale inosservanza da parte ucraina è alla base dell’escalation militare russa. [3] Pratica di Mare (2002) — Vertice svoltosi in Italia, che sancì la creazione del Consiglio NATO-Russia. Rappresenta il momento di massima integrazione e cooperazione strategica tra Mosca e l’Occidente, prima del progressivo e poi definitivo deterioramento bilaterale dei rapporti provocato dalla crisi ucraina.