Oggi, a distanza di qualche giorno, ritengo doveroso tornare su un argomento che continua a destare in me profonda irritazione: le dichiarazioni dell’Ambasciatore Gianlorenzo Cornado in merito alle note ospedaliere delle vittime italiane nel rogo di Crans-Montana. Urlare ai giornali per ribadire la posizione di Roma sotto la divisa diplomatica suggerisce — come già anteriormente evidenziato — un’insolita mancanza di senno nell’incidere sui processi reali. Mentre Sua Eccellenza calcava il palcoscenico dei titoli, sbraitando toni poco consoni al rango, ha colpevolmente — se non addirittura volutamente — lasciato marcire l’unico strumento che avrebbe risolto la questione senza ricorrere a inutili clamori, ossia l’applicazione della LAV (Legge federale sull’aiuto alle vittime di reati), cui ho già accennato in un mio precedente editoriale.
Un diplomatico all’altezza del suo ruolo, anziché farsi cassa di risonanza di un’Italia che di Svizzera poco comprende, avrebbe dovuto sedersi immediatamente ai tavoli delle istituzioni competenti per esigere il riconoscimento di quelle vittime nell’ambito della suddetta legge. È nei canali ufficiali, nel rigore dei corridoi federali — e non tra le righe dei giornali, sottolineo — che si discute e negozia una contesa, la presa a carico degli oneri di cura nel caso specifico. Ignorare tali percorsi e la stessa LAV per cavalcare l’indignazione non è affatto diplomazia, bensì una fuorvianza tecnica suscettibile di nuocere non solo alla stessa parte “lesa”, ma all’immagine di un’intera comunità di connazionali residenti nella Confederazione.
Cornado, con il suo agire, ha purtroppo imboccato la via più dannosa, quindi alimentare la polemica anziché attenuarla e risolverla. Piuttosto che farsi scudo del Diritto elvetico per tutelare lo Stato e i danneggiati, ha preferito la rissa ideologica, lasciando pertanto noi, italiani in Svizzera, esposti in maniera accessoria a reazioni burocratiche di un sistema elvetico che non tollera l’arroganza.
Il fallimento di Villa Fiorentina risiede perciò tutto qui, nell’incapacità di mediare quando la soluzione era, e continua a essere, a portata di mano. Se un ambasciatore non sa o — ripeto — non vuole impiegare le leggi del Paese che lo ospita, la sua funzione diviene allora caduca. Le urla e i tweet non risolvono le crisi interstatali, non onorano i debiti e, soprattutto, non tutelano nessuno; al contrario, logorano quanto faticosamente costruito in decenni di solide relazioni bilaterali.
Nota a margine: Se il ritorno di Cornado lasciava sperare in una ripresa del dialogo costruttivo e ponderato, l’attuale gestione sembra prediligere la tossicità del dibattito, iniettando veleno in un sistema di relazioni che, viceversa, richiederebbe una rigorosa stabilizzazione. Tengo a ribadire che, nel solco della reciprocità delle cure prestate, la posizione italiana rimane del tutto legittima; tuttavia — reitero — non è attraverso l’aggressione o l’elusione del Diritto che si giunge a soluzioni stabili.