Si è spento qualche giorno fa, il 1° maggio, Alessandro “Alex” Zanardi. È successo in una data che il destino ha voluto legare per sempre alla velocità, la stessa in cui, nel 1994, ci lasciava Ayrton Senna*.
Sebbene la cronaca evochi la fine di una battaglia fisica durata sei anni dall’ultimo, drammatico incidente stradale nel senese, la Storia ha già consegnato Alex all’immortalità dei simboli. Parlare di Zanardi significa navigare tra due vite, unite da una continuità d’animo che non ha eguali nello sport moderno.
Nato nel 1966, ha scalato l’Olimpo dell’automobilismo con la fame di chi deve conquistarsi ogni metro di asfalto. Dalle prime corse sui go-kart alla Formula 1 — con Jordan, Minardi, Lotus e Williams —, fino alla consacrazione in Formula CART, Alex non era solo un pilota, ma un giaguaro; era, come veniva spesso definito, il “Re dei sorpassi” o “l’uomo capace di inventarsi traiettorie impossibili”. Fu proprio con quelle sue traiettorie che arrivò a conquistare due titoli Champ Car consecutivi, nel 1997 e nel 1998.
Poi, nel 2001, la tragedia sul circuito di Lausitzring. Un impatto a oltre 300 km/h gli strappò le gambe. In quel momento, molti avrebbero visto la fine; lui invece vide un nuovo inizio: «Quando mi sono risvegliato», disse anni dopo, «ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa». Con queste parole seppe trasformare la sua “disabilità” in un manifesto di potenza, tanto da tornare a correre in auto — con comandi adattati — nella categoria Gran Turismo, per poi scoprire nell’Handbike la sua nuova giovinezza. Il suo palmarès in questa disciplina è impressionante: quattro ori e due argenti olimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, oltre a dodici titoli mondiali. Eppure la sua grandezza non splendeva nel mero luccichio delle medaglie, bensì nella gioia “bambina” del suo sorriso dopo ogni vittoria. Resta impressa l’iconica foto di Londra, dove, seduto a terra, solleva la sua bici al cielo — l’immagine definitiva del fuoriclasse che, pur cambiato mezzo, continua a vincere.
Ma oltre lo sportivo, c’era soprattutto l’uomo. Seppur Alex non abbia mai voluto considerarsi eroe o maestro, la sua storia è stata lezione di normalizzazione e resilienza. Quella sua capacità di accettare il limite non come un muro, ma come un orizzonte da esplorare è stata — e resta — un esempio di vita. L’Italia, pertanto, ha perso un gigante; se però è vero che la morte è l’ultimo sorpasso, Alex l’avrà sicuramente affrontata come ha sempre fatto, con lo sguardo proiettato oltre la curva e un sorriso che nessuno mai potrà coprire.
*Nota a margine: Nel ricordare Senna, il pensiero va anche a Roland Ratzenberger, che perse la vita il giorno precedente, sempre a Imola, durante le prove di qualificazione. Un tributo a questo pilota, troppo spesso dimenticato dalla cronaca, ma mai dalla Storia delle corse.